Musei Gratuiti? No grazie

Sorvolando sulle uscite populiste-grilline di Tomaso Montanari (“Potremmo permetterci di aprire a tutti gratuitamente tutti i musei statali per 365 giorni l’anno semplicemente decidendo di non spendere in armi almeno per due giorni all’anno”) è stato il turno del maestro Salvatore Settis, pochi giorni fa, toccare il tema della gratuità dei musei: 

“Aprire tutti i musei con ingresso gratuito per tutti per alcuni mesi, contingentando severamente le visite. Includere nel progetto i musei grandi e quelli piccoli, statali e non statali, pubblici e privati. Garantire le misure di sicurezza assumendo personale di sala. Coprire i costi con il Recovery fund.

Sarebbe un segnale di vita, di speranza, di progettualità. L’affermazione forte che arte e cultura sono necessarie. La consapevolezza che creatività e produttività richiedono un’immaginazione nutrita di memoria culturale, di storia, di bellezza. 

Che il museo è una macchina per pensare, il segno e il simbolo di una società che non si limita a sopravvivere a se stessa, ma frequenta il passato per creare il nuovo.

Sarebbe una mossa lungimirante per prepararci al mondo che verrà. 

Un mondo nuovo che sarà migliore o peggiore del mondo di ieri, ma non più lo stesso. La pandemia ci obbliga a una nuova consapevolezza della nostra fragilità: perciò riconoscere nei musei un luogo di condivisione di memorie, di pensieri e di progetti può darci forza, vitalità, grazia”.


Per quanto sensato ideologicamente, è un discorso fatto più alla pancia delle persone e non invece analizzando tutto il contesto.

Non ce lo possiamo permettere

Solo qualche mese fa, alla fine di dicembre, Federico Giannini, sulle pagine di Finestre sull’Arte, ha smontato, tramite analisi dettagliata e minuziosa, la possibile gratuità totale dei musei. 

Vi riporto qualche passaggio: 

  • nel nostro paese, il sistema museale è completamente diverso rispetto al modello inglese (decine di piccoli musei diffusi in tutto il territorio, spesso lontani dalle rotte turistiche, e nessun grande polo accentratore paragonabile a realtà come il British, la National Gallery, la Tate, il V&A, il London Science Museum);
  • la capacità di raccogliere contributi da privati e la tendenza a donare per la cultura sono molto meno sviluppate rispetto al Regno Unito (il Regno Unito ha anche una legislazione fiscale che in materia è molto più evoluta e anziana della nostra), 
  • i primi esperimenti su sottoscrizioni, membership e abbonamenti in Italia sono partiti da pochi anni;
  • in Italia gli introiti dei grandi musei mantengono anche i musei piccoli;
  • molti musei già sopportano una grande pressione malgrado il biglietto a pagamento (si pensi agli Uffizi, alla Galleria dell’Accademia, al Colosseo, alla Galleria Borghese) e l’introduzione della gratuità provocherebbe effetti deleteri;
  • diversi musei in Italia sono già gratuiti. 

E ancora:

“Se il Ministero dei Beni Culturali volesse seguire il modello dei national museums britannici, rendendo quindi gratuita l’apertura di tutti i suoi musei, dovrebbe fare i conti con un ammanco di 230 milioni di euro (al lordo della quota che spetta ai concessionari dei servizi), una cifra che rappresenta poco più del 10% del suo bilancio”.

Occorre quindi trovare altrove questi fondi.

La gente apprezza ciò per cui paga

Anche se secondo l’Istat il costo di un biglietto sarebbe troppo caro solo per 1 italiano su 10, non è ancora giunto il momento per estenderne la gratuità. 

Purtroppo non possiamo garantirla a tutti (anche se solo per un paio di mesi) perché come detto, non ce lo possiamo permettere.

Solo a pensare al ragionamento “tanto c’è il Recovery fund” a coprire il tutto mi viene l’orticaria.

Questo perchè è sbagliato a monte il ragionamento: la gente infatti apprezza ciò per cui paga. Economia sociale di base. 

Infatti, i prodotti gratuiti sono quasi tutti automaticamente inefficienti perché:

  • si abbassa il valore percepito di ciò che si regala;
  • chi lo riceve non lo apprezzerà appieno (nel nostro caso il visitatore non avrà modo di “vivere” veramente l’esperienza).

Far pagare significa fornire un servizio di valore alle persone che vogliono effettivamente agire. E queste apprezzeranno di più ciò per cui pagano. 

Vogliamo regalare ingressi perché abbiamo soldi da bruciare? 

O forse sarebbe più sensato usare quei soldi per aiutare i musei a non trovarsi nella stessa identica situazione dopo qualche mese “strafatti” di gratuità?

Pricing, accessi e deducibilità

Con parte dei fondi che potrebbero venir stanziati per incentivare la ripartenza (ma anche senza in realtà), si potrebbe rivedere pricing e politiche d’accesso, similmente a strutture museali di altre nazioni:

  • biglietti per le famiglie (ma senza prenderci in giro del tipo “dal settimo figlio non si paga”);
  • riduzioni per chi entra al museo nelle ultime ore di apertura;
  • validità del biglietto per almeno due giorni;
  • riduzione per chi prenota il biglietto in anticipo (al contrario di quello che avviene adesso dove si paga un extra);
  • prevedere orario d’apertura serale;
  • gratuità per le classi svantaggiate;
  • partnership (e relative convenzioni) con altre realtà istituzionali della città;
  • abbonamenti annuali agevolati a favore dei residenti.

Queste modalità di pricing e di accesso permetterebbero di contingentare le visite, evitare flussi incontrollati di persone nei weekend, garantire il rispetto delle normative sanitarie, incentivare il ritorno al museo durante l’anno (e non invece un turismo “mordi e fuggi” giornaliero). 

Senza calcolare tutte le ripercussioni economiche a livello territoriale. 

Nulla di nuovo sinceramente. Solo usare meglio la testa. 

Vogliamo incentivare ulteriormente la domanda? 

Accolgo con più entusiasmo rispetto alla gratuità la proposta di Giovanna Melandri, Presidente della Fondazione MAXXI che impone di agire sulla leva fiscale: rendere deducibili, ai fini del calcolo d’imposta sul reddito delle persone fisiche, le spese di accesso (biglietti, abbonamenti, ecc.) ai luoghi dove si riceve, si produce, si scambia cultura (vedi teatri, cinema, auditorium, musei, istituzioni).

Tuttavia questo non può bastare per rilanciare il mercato culturale. 

“Nuovi pubblici e strumenti impongono nuove competenze”

Lo ha ribadito proprio Eike Schmidt durante un recente intervento ospite del Comune di Feltre (potete rivedere il video all’interno del Gruppo di Discussione). 

Ed il MiBACT, nella persona del Ministro Dario Franceschini, ha proposto nell’ambito dei fondi Next Generation EU, un piano organico di digitalizzazione dei propri istituti culturali ma anche la relativa formazione digitale del personale. 

La situazione infatti è drammatica:

Siamo quartultimi nell’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (DESI).

Ultimi se consideriamo competenze digitali e capitale umano.

Ciò che in questo momento non funziona, non è solo la mancanza di competenze digitali necessarie a guidare verso il futuro e la sopravvivenza i musei italiani. È la consapevolezza del valore della cultura digitale a preoccupare.

Regna il caos quando si parla di integrare la digitalizzazione nel modo in cui lavoriamo e viviamo. E non parliamo di una rivoluzione digitale arrivata ieri, ma già in atto da diverso tempo, ormai parte integrante della nostra vita.

Perché quindi non adottarla sul lavoro? 

Quello che ci manca è la voglia di capire che il digitale è solo la base di partenza per moltiplicare le possibilità di interazione, partecipazione e accessibilità di cui il sistema musei ha bisogno.

Comprendere che è necessario trovare figure in grado di essere un ponte tra competenze per valorizzarle tutte al massimo.

Smettiamola quindi di fissarci su proposte impossibili, “dibattiti attardati e ideologici” (Giannini). Ma pensiamo seriamente ad un modello italiano di sviluppo, prima che sia troppo tardi.

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